C’è un’arroganza sottile, quasi borghese, in chi pretende di insegnare il Tango usando il verbo all’imperativo, erigendosi a detentore di una verità che non c’è. È la pretesa di chi vuole recintare la vita, codificarla, trasformare un mistero vivente e popolare in un manuale di correttezza formale o nel feticcio dell’ennesima purezza di maniera.
Ma ci si può davvero erigere a giudici di ciò che è giusto o sbagliato nel movimento di due corpi che si cercano? Esiste forse un modo “corretto” di vivere, di amare, di soffrire, di desiderare?
Il Tango non è una dottrina. È una metafora spietata e bellissima dell’umano.
Coloro che impongono la propria visione come un dogma non sono maestri: sono funzionari della forma. Hanno paura dell’imprevedibile. Non hanno compreso che il Tango, come l’esistenza, sfugge a qualsiasi definizione chiusa. Ogni volta che qualcuno tenta di pronunciare una sentenza definitiva su cosa sia o non sia questa danza, la realtà lo smentisce con un gesto, uno sbilanciamento, un’emozione incontrollabile che rompe lo schema.
È proprio nell’errore apparente, nella crepa della regola, nella carne che si adatta all’altro e non alla norma, che il Tango rivela la sua identità profonda. La sua verità non sta nell’obbedienza a un precetto, ma nella libertà di una connessione autentica.
Chi riduce questa danza a una serie di ordini da eseguire ha dimenticato la sua origine profana, poetica e anarchica. Ha sostituito la filosofia dell’incontro con l’imitazione cieca.
Il vero Tango non chiede di essere conformi. Chiede di essere veri.

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