Tacchi alti o scarpe basse?

La questione non riguarda soltanto l’estetica, ma anche la funzione e, nel lungo periodo, il benessere del corpo.

Partiamo dall’estetica. Per molti ballerini e appassionati, la scarpa da tango con il suo tacco elegante fa parte dell’identità stessa di questa danza. La linea della gamba, il disegno del movimento e la presenza scenica che ne deriva appartengono da sempre all’immaginario del tango argentino.

Ma c’è anche un aspetto tecnico.

Nella camminata indietro della follower, una scarpa con tacco medio-alto può facilitare l’arrivo del tallone al pavimento e il successivo trasferimento del peso, consentendo di mantenere la proiezione in avanti senza richiedere un’eccessiva escursione della caviglia.

Quando invece si balla costantemente sull’avampiede, come spesso accade in alcune interpretazioni moderne del tango, il carico si concentra sempre nelle stesse strutture. Polpacci, tendine d’Achille e avampiede sono costretti a lavorare senza tregua.

Nel tempo possono comparire rigidità, limitazioni della mobilità e vari disturbi da sovraccarico.

E nel ballo ogni rigidità ha un costo.

Un polpaccio rigido limita la qualità della camminata. Una caviglia meno mobile riduce la capacità di adattarsi al partner e al pavimento. Un piede che non utilizza tutte le sue possibilità perde sensibilità e ricchezza espressiva.

Il punto non è difendere una scarpa o una moda.

Il punto è chiedersi se il nostro modo di ballare stia aumentando oppure riducendo le possibilità del corpo.

Nel tango la libertà nasce dalla funzionalità.

E un piede libero di utilizzare sia l’avampiede sia il tallone ha più possibilità di dialogare con il pavimento, con il partner e con la musica.

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