Principianti, intermedi, avanzati…

Nel Tango amiamo le classificazioni. Ci rassicurano. Mettono ordine dove l’ordine non esiste. Principianti, intermedi, avanzati: una tassonomia semplice, efficace, profondamente falsa.

Serve alle scuole, ai calendari, alle iscrizioni. Non descrive ciò che accade nel corpo, né quello che succede realmente in Milonga. Perché il Tango non obbedisce alle etichette, e quando proviamo a incasellarlo si difende: irrigidisce i corpi, impoverisce l’ascolto, trasforma il ballo in esercizio.

Non esiste un momento preciso in cui si smette di essere principianti.
Si può conoscere un numero infinito di figure ed essere incapaci di stare in relazione.
Si può pensare di aver imparato la camminata e perdersi alla prima variazione più complessa.
L’idea di “avanzato” è spesso una promessa comoda: una parola che assolve dalla fatica dei fondamenti e autorizza a non tornarci più.

Ma il Tango non cresce per progressione. Non sale di livello. Ritorna. Ritorna alla postura, all’equilibrio, alla connessione, alla musicalità. Ritorna ogni volta che il corpo cambia, che l’età avanza, che l’altro è diverso. Ogni volta che crediamo di aver acquisito qualcosa, quella cosa comincia lentamente a svanire.

Parlare di Formazione al Tango significa rifiutare l’idea di un traguardo. Significa lavorare sui fondamenti senza escludere nulla di ciò che appartiene al Tango, senza rifugiarsi in uno stile come identità, senza proteggersi dietro una categoria.

Esiste un solo luogo che non riconosce livelli: la Milonga. Non chiede certificazioni, non premia l’esibizione, non concede alibi. Ti mette di fronte a ciò che sei, quella sera, con quel corpo, con quella persona, su quella musica. E lì non importa come ti definisci. Conta solo quanto sei presente nel ballo.

Il resto è una convenzione. Utile, forse. Ma non è la verità.

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